CAPITOLO 1
CASA
Quando Sofia suonò, dall’altra parte della porta non accadde nulla.
Suonò una seconda volta.
Finalmente sentì dei passi. Lenti, ma non incerti. Poi il rumore di una chiave girata due volte.
La donna che aprì aveva capelli ramati, grandi orecchini d’argento e un chemisier color cammello stretto in vita. Il rossetto era ancora perfetto. Per un momento rimase con una mano sulla porta, come se stesse decidendo se farla entrare.
— Buongiorno, sono Sofia. Sono qui per la stanza.
— Elena. Vieni.
Sofia entrò trascinando la valigia oltre la soglia.
La prima cosa che notò furono le porte.
Una dava sulla cucina, dove sul tavolo c’erano una ciotola di limoni e un mazzo di chiavi troppo grande per una sola persona. Una si apriva su una stanza piena di libri, accatastati anche per terra. Un’altra lasciava intravedere un salotto con un divano color vino, fotografie in cornici diverse e una lampada con il paralume di seta. Più avanti, nel corridoio, due porte erano chiuse.
Nei documenti Sofia aveva letto che Elena aveva settantacinque anni. Tornò a guardarla. Non riusciva a far coincidere il numero con quella donna dai capelli accesi e dagli orecchini vistosi — Quante stanze ci sono?
Elena si voltò.
— Dipende da quante vuoi contarne.
Sofia non capì se fosse una battuta.
La seguì fino all’ultima stanza del corridoio. Elena camminava in fretta, ma davanti alla finestra si fermò un istante e portò una mano alla schiena. Un gesto breve. Quando si accorse che Sofia la guardava, indicò il panorama.
— Da qui, almeno, i tetti sono gratis.
La stanza aveva una grande finestra, un letto di ferro bianco, una scrivania con un piccolo graffio sul piano e un armadio enorme in legno scuro. Non era una stanza neutra. Qualcuno ci aveva vissuto prima. Sofia lo sentì subito, come si sente un profumo rimasto su una sciarpa.
Elena aprì l’armadio e spostò alcune grucce. Lasciò la mano sull’anta.
— Era del mio secondo marito.
Sofia sorrise.
— E il marito?
Elena guardò l’armadio.
— Meno resistente.
Questa volta Sofia rise.
Si tolse il giubbotto. I capelli neri le erano rimasti incastrati nel colletto; li raccolse sulla nuca, poi li lasciò ricadere. Il telefono vibrò nella tasca.
Lorenzo.
Arrivata?
Elena non disse niente, ma Sofia sentì il bisogno di spiegarsi.
— È il mio ragazzo.
Appena pronunciata, la parola le parve piccola. Lorenzo aveva ventinove anni, un lavoro vero, una macchina che pagava a rate e perfino un commercialista. Soprattutto, da qualche mese aveva cominciato a usare il plurale senza accorgersene.
Sofia scrisse:
Sì. Casa nuova. Sopravvissuta.
Rimase a guardare quelle due parole.
Casa nuova.
Quella non era casa sua. Era una stanza in affitto. Tre mesi, forse sei. Una sistemazione provvisoria. Aveva portato una sola valigia proprio per questo: per non dare alle cose il tempo di attaccarsi.
Poi avrebbe trovato qualcosa di suo.
O magari…
Il telefono vibrò ancora.
Lorenzo aveva mandato la fotografia di un piccolo appartamento luminoso. Parquet chiaro, due finestre, un soggiorno vuoto. Nessun mobile, nessuna traccia di qualcuno. Sembrava aspettare.
Una cosa così ti piacerebbe?
Sofia ingrandì la fotografia con due dita. Immaginò un tavolo dove non c’era. Una tazza di Lorenzo sul lavello. Le sue scarpe lasciate male vicino alla porta. L’immagine arrivò troppo facilmente.
Toccò il telefono senza aprire la tastiera.
Rispose a Lorenzo:
Ne parliamo stasera. Ora sono appena arrivata.
Il campanello suonò.
Elena guardò l’orologio.
— È in anticipo.
— Chi?
— Anna.
Pronunciò il nome come se Sofia dovesse conoscerlo.
— Una sua amica?
Elena esitò appena.
— Da troppo tempo per poterlo negare.
Uscì dalla stanza.
Sofia aprì la valigia. Mise sul letto due maglioni, un paio di jeans, una trousse e un libro che non aveva finito e che probabilmente non avrebbe finito mai. Appoggiò sul comodino una fotografia con Lorenzo, poi la riprese. La infilò tra due libri.
Dal corridoio arrivarono due voci.
— Hai affittato davvero la stanza?
— A quanto pare.
— Pensavo fosse una delle tue idee che durano quarantotto ore.
— Questa ne ha già fatte settantadue.
— Un record.
Sofia sorrise.
Poco dopo comparve sulla soglia una donna bionda. Alta, cappotto grigio chiaro, borsa nera, capelli color miele a cashetto. Era elegante senza che Sofia riuscisse a individuare un solo dettaglio che chiedesse di essere notato.
. Percorreva il corridoio senza guardarsi intorno, come se conoscesse a menadito l appartamento evitando persino una piccola sporgenza del tappeto prima di arrivarci.
Si fermò.
— Tu devi essere Sofia.
— Sì.
— Anna.
Le tese la mano. Le dita erano lunghe, le unghie corte e perfette. Alla destra portava un grande anello con una pietra scura.
Sofia lo guardò per un secondo di troppo.
— Bello.
Anna abbassò gli occhi sull’anello.
— Grazie. Me lo sono regalato io.
Lo disse senza enfasi. A Sofia piacque quella frase più dell’anello.
— Tu abiti qui vicino? — domandò.
Anna si tolse il cappotto.
— Adesso sì.
— Adesso?
Dal corridoio arrivò la voce di Elena.
— Non chiederle dove abita. Anna cambia indirizzo più spesso di quanto io cambi marito.
Anna le rivolse uno sguardo tranquillo.
— Non è vero.
— Quale delle due cose?
Anna ignorò Elena.
Sofia rise.
— Quante case hai cambiato?
Anna rimase un istante in silenzio. Passò due dita sullo stipite, quasi a togliere una polvere che non c’era.
— Non le conto.
— Perché?
Anna guardò la stanza di Sofia, la valigia aperta, i vestiti ancora sul letto.
— Le case mi piacciono finché non cominciano a credere che io debba restare.
Sofia aspettò la risata.
Non arrivò.
Elena, alle sue spalle, aveva smesso di sorridere.
Più tardi si ritrovarono tutte e tre in cucina.
La luce del pomeriggio entrava obliqua e faceva brillare i bicchieri appesi sopra il lavello. Elena aveva aperto una bottiglia di vino e tagliava il pane con movimenti rapidi. Sul frigorifero c’erano fotografie di bambini, cartoline, un invito a una mostra, un disegno con scritto NONNA in lettere enormi. Una casa piena di persone anche quando le persone non c’erano.
Anna spostò il proprio bicchiere di qualche millimetro, fino ad allinearlo al bordo della tovaglietta.
Sofia toccò il telefono.
Lorenzo aveva scritto ancora.
Magari per due.
Tre parole.
Sentì prima la felicità. Netta, quasi fisica. Subito dopo arrivò qualcos’altro, sottile e freddo.
Raccolse i capelli sulla nuca. Li lasciò andare.
— Brutte notizie? — chiese Anna.
— No.
— Allora sono quelle pericolose — disse Elena.
— Perché?
Elena infilò una fetta di pane nel cestino.
— Perché alle brutte notizie sappiamo cosa rispondere.
Anna la guardò.
— Parla per te.
Il tono era leggero. Solo il coltello di Elena si fermò per mezzo secondo.
Sofia abbassò gli occhi sullo schermo.
Magari per due.
Guardò la cucina di Elena: i limoni, le fotografie, il pane tagliato troppo abbondante, le sedie diverse intorno allo stesso tavolo. Guardò Anna, che sembrava conoscere ogni angolo e tuttavia parlava delle case come di luoghi da lasciare.
Poi tornò alla fotografia inviata da Lorenzo.
A venticinque anni, pensò, forse casa era proprio questo: il punto in cui una possibilità smetteva di sembrare un gioco.
Il cursore lampeggiava.
Sofia cominciò a scrivere.
CHIUSURA A — LA PORTA APERTA
Sofia scrisse:
Sì. Mi piacerebbe.
Rilesse.
Poi aggiunse:
Molto.
Premette invio prima di potersi pentire.
Quasi subito comparvero i tre puntini della risposta di Lorenzo.
Sofia sorrise.
— Hai deciso qualcosa? — domandò Elena.
— No.
Anna inclinò appena la testa.
— Allora perché hai quella faccia?
— Quale faccia?
Elena rise.
— La casa.
— Cosa?
— Hai la faccia di una che ha appena cominciato a costruirne una.
Sofia sentì il calore salirle alle guance.
Il telefono vibrò. Non lo guardò subito.
CHIUSURA B — LA PORTA CHIUSA
Sofia scrisse:
Sì, è bello.
Si fermò.
Cancellò.
Scrisse:
Perché me lo chiedi?
Rimase a guardare la domanda. Non la inviò.
Spense lo schermo.
— Hai deciso qualcosa? — domandò Elena.
— No.
Anna la guardò.
— Bene.
Elena si voltò.
— Perché bene?
— Perché non è necessario decidere tutto immediatamente.
— Questa è la filosofia con cui hai evitato metà della tua vita.
Anna smise di sorridere.
Sofia abbassò gli occhi. Non sapeva cosa ci fosse dietro quella frase, ma capì dal silenzio che non nasceva quel pomeriggio.
— Elena.
— Che c’è?
— A volte sei insopportabile.
Anna prese la borsa.
— Vado.
Elena continuò a tagliare il pane.
Arrivata sulla porta della cucina, Anna si voltò verso Sofia.
— Un consiglio.
— Anna — disse Elena.
Anna non la guardò.
— Non confondere mai una casa con la persona che ti propone di entrarci.
Sofia rimase immobile.
Anna uscì. Pochi secondi dopo la porta dell’appartamento si chiuse.
Elena tagliò un’altra fetta di pane. Poi un’altra, anche se nel cestino ce n’era già abbastanza.
— Perché le hai detto che ha evitato metà della sua vita? — chiese Sofia.
Il coltello si fermò.
— Non lo so.
— Non sembrava una cosa detta per caso.
Elena raccolse le fette e cominciò a sistemarle nel cestino. Una. Due. Tre. Le mani non si fermavano.
Sofia ricordò la mano sull’anta dell’armadio.
— In questa casa — disse Elena — ci sono parecchie cose che non sembrano dette per caso.
Il telefono di Sofia vibrò.
Lorenzo.
Lei ci appoggiò sopra il palmo senza guardarlo.
Per la prima volta da quando lo conosceva ebbe paura non di ciò che lui avrebbe potuto scriverle, ma di ciò che lei avrebbe potuto rispondere.
Alzò gli occhi verso il corridoio.
Una delle porte che prima aveva visto chiuse era rimasta socchiusa.





