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CAPITOLO 4

GELOSIA

Sofia aveva sempre immaginato Londra sotto la pioggia.

Invece quella sera il cielo era pulito e il Tamigi tratteneva le luci come un vetro scuro.

Dal tavolo vicino alla finestra del pub si intravedeva il ponte.

Non tutto.

Un pezzo soltanto, tagliato dal telaio della vetrata e dalle teste delle persone sedute fuori.

Sofia lo guardava ogni tanto, come per ricordarsi dove fosse.

Londra.

Davvero.

Di fronte a lei Lorenzo beveva una birra e raccontava dell’incontro del pomeriggio.

Parlava veloce quando era entusiasta.

Sofia lo conosceva abbastanza da capirlo dal modo in cui muoveva le mani.

— Secondo me è andata bene.

— “Bene” quanto?

— Abbastanza bene.

— Questa risposta l’ho già usata io.

Lorenzo sorrise.

— Per cosa?

— Per spiegare ad Anna quanto avevo pensato prima di partire.

— E quanto avevi pensato?

Sofia prese una patatina dal piatto.

— Abbastanza.

Rise.

Quella volta era vero.

Non aveva fatto una scelta definitiva.

Non aveva lasciato niente.

Non aveva promesso niente.

Lorenzo aveva un contatto di lavoro a Londra, lei qualche giorno libero e un trolley troppo piccolo.

Era partita.

Tutto qui.

Una vacanza.

O almeno Sofia continuava a chiamarla così.

Le piaceva quella città.

Le piaceva soprattutto essere lì con lui.

Camminare senza sapere bene dove andare.

Dividere un ombrello anche quando pioveva poco.

Dormire in una stanza d’albergo troppo calda.

Svegliarsi e per qualche secondo non ricordare dove fossero.

Le sembrava una prova generale di qualcosa.

Non avrebbe saputo dire di cosa.

— A cosa pensi?

Sofia alzò gli occhi.

— Al ponte.

Lorenzo si voltò verso la finestra.

— Romantica.

— Ogni tanto.

— Devo preoccuparmi?

— Molto.

Il telefono di Lorenzo si illuminò sul tavolo.

Sofia abbassò gli occhi senza volerlo.

Questa volta ne fu quasi sicura.

Sul display comparvero poche parole.

Non pensavo che l’avresti portata lì.

Sofia rimase immobile.

Il messaggio scomparve.

Lorenzo continuava a guardare il ponte.

Forse non se n’era accorto.

Sofia prese il bicchiere.

Bevve.

La birra non le era mai piaciuta davvero.

Quella sera ancora meno.

Il telefono si illuminò di nuovo.

Stesso numero.

Nessun nome.

Soprattutto dopo quello che mi avevi detto.

Lorenzo si voltò.

Vide lo schermo.

Per una frazione di secondo non fece niente.

Poi prese il telefono e lo girò.

Schermo contro il tavolo.

Quel gesto fu peggio del messaggio.

Sofia guardò la sua mano.

— Chi è?

Lorenzo sollevò gli occhi.

— Chi?

— Quello che ti scrive.

— Nessuno.

Sofia sorrise.

Un sorriso corto.

— “Nessuno” ti scrive parecchio.

Lorenzo non rispose subito.

Intorno a loro il pub continuava a fare rumore.

Bicchieri.

Risate.

Una partita su uno schermo alle loro spalle.

Qualcuno aprì la porta e per qualche secondo entrò aria fredda.

Sofia si accorse di avere le dita strette intorno al bicchiere.

Le allentò.

— È una cosa di lavoro.

— Il lavoro sa che sono qui?

Lorenzo la guardò.

— Sofia.

— Cosa?

— Non cominciare.

Non cominciare.

Quelle due parole entrarono dritte nello stomaco.

— Io non ho cominciato niente.

— Appunto.

— Cosa vuol dire “appunto”?

Lorenzo sospirò.

Sofia odiò quel sospiro.

Più del telefono girato.

Più del messaggio.

Perché sembrava il sospiro di chi deve affrontare un problema già previsto.

E il problema, improvvisamente, era lei.

Sofia spinse indietro la sedia.

— Vado in bagno.

— Sofia.

— Devo fare pipì. Posso ancora?

Lorenzo non rispose.

Lei prese il telefono e si allontanò.

Il corridoio verso i bagni era stretto e più scuro del resto del locale.

Alle pareti c’erano fotografie ingiallite di Londra.

In una, il ponte sembrava quasi uguale a quello fuori.

Solo senza tutte quelle luci.

Sofia entrò nel bagno delle donne.

Due lavandini.

Uno specchio macchiato.

Una ragazza con un vestito verde si stava rimettendo il rossetto.

Sofia aspettò.

La ragazza uscì.

Lei chiuse la porta.

Guardò il telefono.

Aprì il gruppo con Anna ed Elena.

Scrisse:

Siete sveglie?

Elena rispose quasi subito.

Ho settantacinque anni, non cento.

Poi Anna:

Che succede?

Sofia fissò lo schermo.

Iniziò a scrivere.

Cancellò.

Scrisse di nuovo.

Alla fine chiamò.

Elena rispose per prima.

— Sei a Londra e telefoni a noi. Deve essere grave.

Sofia si appoggiò al lavandino.

— Credo di essere gelosa.

Silenzio.

Poi la voce di Anna.

— “Credo” o “sei”?

— Anna.

— È una domanda.

— Sono.

Elena rise piano.

— Bene. Una diagnosi l’abbiamo.

— Non è divertente.

— Lo diventerà. Quasi tutto lo diventa dopo abbastanza tempo.

Sofia chiuse gli occhi.

— Gli ha scritto una donna.

Anna non disse niente.

Elena sì.

— Cosa ha scritto?

Sofia ripeté i messaggi.

Quasi parola per parola.

Dall’altra parte ci fu qualche secondo di silenzio.

— E lui? — domandò Anna.

— Ha girato il telefono.

— Ah.

Sofia aprì gli occhi.

— Non fare “ah”.

— Non ho fatto niente.

— Hai fatto esattamente “ah”.

Elena rise.

— Vedi? Ormai conosce anche te.

Sofia guardò il proprio riflesso.

Aveva il viso più acceso del solito.

— Che devo fare?

Anna rispose subito.

— Chiedere.

Elena disse:

— Aspettare.

Sofia quasi rise.

— Perfetto. Grazie.

— Hai chiesto a due persone — disse Anna. — Non a un oracolo.

— Perché aspettare? — domandò Sofia.

— Perché quando sei gelosa non vuoi sapere la verità. Vuoi sapere la verità che hai già deciso.

Sofia rimase zitta.

Non le piacque.

Forse proprio per questo la ascoltò.

Anna intervenne.

— E aspettando cosa ottiene?

— Il tempo di capire se sta facendo una domanda o un interrogatorio.

— Se c’è qualcosa da chiedere, si chiede.

— Tu hai sempre avuto questa mania della precisione.

— E tu quella del melodramma.

Sofia si passò una mano tra i capelli.

Era incredibile come riuscissero a litigare anche dentro il suo problema.

— Vi prego.

Le due tacquero.

Sofia respirò.

— Voi siete mai state gelose davvero?

Elena rispose per prima.

— Certo.

— Tanto?

— Abbastanza da fare cose ridicole.

— Tipo?

— Una volta ho seguito mio marito.

Sofia si raddrizzò.

— Cosa?

— A piedi. Con un foulard in testa.

— Stai scherzando.

— No.

— E dove andava?

Elena fece una pausa.

— Dal dentista.

Sofia scoppiò a ridere.

La tensione le uscì dal petto tutta insieme.

— Sei terribile.

— Io ero convinta avesse un’amante.

— E invece aveva una carie.

— Due.

Anna sospirò.

— Non incoraggiarla.

Sofia si asciugò sotto un occhio.

— E tu?

— Io cosa?

— Sei mai stata gelosa?

— Sì.

La risposta arrivò così secca che Sofia smise di sorridere.

— Pensavo avresti detto di no.

— Perché?

— Perché tu sembri una che non…

Sofia cercò la parola.

— Non perde il controllo?

— Sì.

Anna rimase in silenzio per un momento.

— La gelosia non è perdere il controllo.

Elena intervenne.

— A volte sì.

— Per te quasi sempre.

— Per questo ho più storie da raccontare.

Anna la ignorò.

— Per me era la paura che qualcuno potesse diventare indispensabile a una persona che io amavo.

Sofia si guardò allo specchio.

Quella frase arrivò più piano delle altre.

E rimase.

— Non che mi tradisse — continuò Anna. — Che avesse bisogno di un’altra più di quanto avesse bisogno di me.

Elena non disse niente.

Sofia sentì subito che fra loro era passato qualcosa.

Una storia.

Un nome.

Forse più di uno.

Non chiese.

— E tu, Elena?

— Io ero gelosa di tutto.

— Tutto cosa?

— Delle donne, naturalmente. Ma anche del lavoro. Degli amici. Dei figli quando erano piccoli. Delle ex mogli. Perfino dei ricordi.

— Dei ricordi?

— Quelli sono i peggiori.

Sofia si appoggiò con entrambe le mani al lavandino.

— Perché?

— Perché non puoi competere con qualcosa che non esiste più.

Anna disse piano:

— Questo è vero.

Elena continuò.

— A una certa età capisci che non sei gelosa soltanto delle persone. Sei gelosa del tempo che non hai avuto con qualcuno.

Sofia guardò la porta chiusa del bagno.

Lorenzo era a pochi metri da lei.

Eppure in quel momento le sembrò improvvisamente lontano.

Non per quella donna.

Per tutto ciò che di lui esisteva prima di lei.

Le città.

Le storie.

Le persone.

Le frasi dette quando Sofia non c’era.

— Quindi che faccio?

Anna disse:

— Torni al tavolo.

Elena aggiunse:

— Guardalo.

— E poi?

— Se vuoi sapere, chiedi.

— E se la risposta non mi piace?

Per qualche secondo non parlò nessuna.

Poi Elena disse:

— Quella è un’altra parola.

Sofia sorrise.

— Quale?

— La scopriremo più avanti.

Anna rise.

— Per una volta ha ragione.

Sofia rimase ancora qualche secondo davanti allo specchio.

— Grazie.

— Non ringraziarci — disse Elena. — Probabilmente ti abbiamo confusa di più.

— Molto.

— Allora abbiamo fatto bene.

Sofia chiuse la chiamata.

Restò a guardarsi.

Pensò alle due donne.

Anna aveva paura di non essere più necessaria.

Elena era stata gelosa perfino dei ricordi.

E lei?

Di cosa era gelosa davvero?

Della donna che aveva scritto?

O del fatto che esistesse una parte della vita di Lorenzo nella quale lei non poteva entrare?

CHIUSURA A — CHIEDERE

Sofia tornò dal bagno.

Lorenzo era ancora al tavolo. Aveva spostato il telefono accanto al bicchiere, con lo schermo rivolto verso il basso.

Un gesto da niente.

Prima di quella sera Sofia non lo avrebbe nemmeno notato.

Si sedette.

«Tutto bene?»

«Sì.»

Lorenzo le sorrise e cercò la sua mano.

Sofia gliela lasciò prendere.

Per qualche secondo guardò le loro dita intrecciate sul tavolo. Le piacevano insieme. La sua mano piccola dentro quella di lui. Era una di quelle immagini che avrebbe potuto fotografare e mandare ad Anna ed Elena con una frase stupida sotto.

Londra.

Noi.

Felice.

Alzò gli occhi.

«Chi ti ha scritto prima?»

La mano di Lorenzo si fermò.

Non la ritirò. Ma si fermò.

«Quando?»

Sofia sentì qualcosa stringerle lo stomaco.

Non era la risposta.

Era quel quando.

«Quando hai girato il telefono.»

Lorenzo lasciò la sua mano e prese il bicchiere.

«Sofia, davvero?»

Eccola.

La possibilità di tornare indietro.

Poteva ridere. Dire che scherzava. Ordinare un altro bicchiere. Uscire da quel pub tenendolo sottobraccio e attraversare Londra come la ragazza che era arrivata due giorni prima.

Quella che si fidava.

O forse quella che non faceva domande.

Pensò ad Anna.

La gelosia diventa pericolosa quando cominci a fare il lavoro dell’altro. Domande e risposte, tutto da sola.

Poi a Elena.

Se vuoi sapere una cosa, chiedila. Ma preparati: le risposte hanno il brutto vizio di arrivare.

Sofia prese il proprio bicchiere.

«Sì. Davvero.»

Lorenzo la guardò.

Lei non abbassò gli occhi.

Per la prima volta da quando erano arrivati a Londra, non le importava sapere se quella domanda avrebbe rovinato la serata.

Voleva sapere se avrebbe cambiato qualcosa tra loro.

E soprattutto che cosa.

CHIUSURA B — NON CHIEDERE

Sofia tornò dal bagno.

Lorenzo stava guardando fuori dalla finestra. Dietro di lui, oltre i vetri appannati, il ponte era una fila di luci sospese sull’acqua.

Il telefono era sul tavolo.

Schermo rivolto verso il basso.

«Tutto bene?» le chiese.

Sofia si sedette.

«Benissimo.»

La parola uscì troppo in fretta.

Lorenzo le sorrise e le prese la mano.

Lei guardò il telefono.

Sarebbe bastato chiedere.

Una frase.

Chi era?

Tre sillabe, e quella serata avrebbe preso una direzione.

Ma Sofia non voleva diventare la ragazza che controllava un telefono.

Non voleva neppure diventare quella che faceva finta di non aver visto.

Il problema era che non sapeva ancora quale delle due le somigliasse di meno.

«Usciamo?» disse.

«Adesso?»

«Ho voglia di vedere il ponte.»

Lorenzo pagò.

Fuori faceva più freddo di quanto Sofia immaginasse. Si chiuse il cappotto fino al collo e cominciarono a camminare.

Lorenzo le mise un braccio sulle spalle.

Lei gli si strinse contro.

Avrebbe potuto chiederglielo in quel momento.

Oppure davanti all’albergo.

Oppure una volta in camera.

Oppure mai.

Il telefono di Lorenzo vibrò nella tasca del cappotto.

Sofia lo sentì contro il proprio fianco.

Lui continuò a camminare.

Lei anche.

Per qualche metro.

Poi rallentò.

Aveva creduto che non fare una domanda significasse fidarsi.

Adesso non ne era più tanto sicura.

Forse significava soltanto rimandare il momento in cui avrebbe dovuto scegliere se fidarsi di lui o della propria inquietudine.


Alessandra Oddi Baglioni è una scrittrice italiana di romanzi storici e romance. Nei suoi libri intreccia storia, arte, universo femminile e relazioni umane. È autrice di «Le nozze rosse», «Astorre II Baglioni, il Grifone e la Mezzaluna», «La dama e il compasso» e «Controluce. Alberto Burri, una vita da artista». Ha scritto romance anche con lo pseudonimo MarieTherese Taylor. Alla scrittura affianca una lunga esperienza manageriale nella comunicazione e nelle relazioni esterne, maturata in Italia, a Bruxelles e a New York, e l’impegno in iniziative culturali e formative per l’occupazione femminile.

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