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CAPITOLO 1

CASA


CAPITOLO 2

DESIDERIO

Anna arrivò al bar con dieci minuti di anticipo.
Le succedeva sempre quando non voleva arrivare troppo presto.
Scelse un tavolino vicino alla vetrata. Fuori il cielo era chiaro, lavato dalla pioggia della notte. I tavolini sul marciapiede erano ancora bagnati e il selciato rifletteva le facciate color ocra dei palazzi.
Si tolse il cappotto grigio e lo sistemò sulla sedia accanto. Controllò il proprio riflesso nel vetro.
Capelli biondo miele, caschetto da parrucchiere. Rossetto chiaro. Camicia color avorio sotto la giacca. L’anello con la pietra scura alla mano destra.
Sessant’anni.
Li portava bene.
Non aveva mai capito perché quella frase dovesse sembrare un complimento. Come se gli anni fossero un peso e a una donna spettasse il merito di non lasciarseli vedere.
Li portava e basta.
Il cameriere posò il caffè davanti a lei.
Anna spostò leggermente il piattino. Poi il cucchiaino. Lo mise parallelo al bordo del tavolo.
Solo allora guardò l’orologio.
L’uomo arrivò cinque minuti dopo.
Aveva quarantacinque anni, forse qualcosa di più. Capelli scuri, barba corta, una giacca blu che sembrava costosa senza volerlo dimostrare. Quando la vide sorrise e venne dritto verso di lei.
Non esitò.
Le piaceva questo.
Gli uomini più giovani avevano ancora la sfrontatezza di guardarla prima di chiedersi quanti anni avesse.
— Sei già qui.
— Tu sei in ritardo.
— Cinque minuti.
— È così che cominciano le cattive abitudini.
Lui rise.
Anna lo guardò mentre si sedeva. Non era innamorata. Non aveva nessuna intenzione di diventarlo. Ma desiderava essere guardata da lui.
Era diverso.
O almeno era quello che continuava a dirsi.
— Ti sei fatta bella per me? — domandò.
Anna sollevò un sopracciglio.
— Non avere questa ambizione.
Lui sorrise ancora.
Sul vetro, dietro la sua spalla, Anna vide il proprio riflesso. Per un momento provò a vedersi con gli occhi di lui.
Una donna bella.
Non «ancora» bella. Bella.
Corresse mentalmente la frase con una certa irritazione.
Lui allungò una mano verso la zuccheriera e il polso uscì dalla manica della giacca. Anna lo guardò. Non il viso. Il polso.
Le venne da sorridere.
— Cosa c’è?
— Niente.
— Stavi pensando qualcosa.
— È una mia cattiva abitudine.
— E io?
— Tu cosa?
— Sono un pensiero?
Anna prese la tazzina.
— Per ora sei un caffè.
Non gli disse che era già qualcosa di più preciso: la prova che il suo corpo non aveva chiuso bottega solo perché il calendario insisteva.
Quando si salutarono, lui le sfiorò la mano. Non abbastanza da poter essere chiamato gesto. Abbastanza perché Anna lo sentisse anche dopo.
Camminò fino a casa di Elena senza fretta.
L’aria era diventata più fredda. Passò davanti a una profumeria e rallentò. Dietro il vetro, una ragazza provava un rossetto scuro e si avvicinava allo specchio con quella serietà che si ha quando il proprio viso sembra ancora una domanda.
Anna guardò invece la propria bocca riflessa nella vetrina.
Pensò alla mano dell’uomo.
Per anni aveva creduto che il desiderio fosse la parte semplice. Non chiedeva programmi. Non voleva sapere dove sarebbero stati a Natale. Non pretendeva un cassetto, uno spazzolino, il nome sul citofono. Arrivava, occupava il corpo, poi se ne andava.
Le era sempre piaciuta quella mancanza di conseguenze.
Il pensiero la fece sorridere.
Le conseguenze, naturalmente, erano il genere di cosa che si riconosceva meglio dopo.
Quando arrivò da Elena, aprì quasi senza aspettare che qualcuno venisse alla porta. Se ne accorse solo quando aveva già una mano sulla maniglia.
Quante volte era entrata lì?
Abbastanza da sapere quale asse del parquet scricchiolava. Abbastanza da ricordare mobili che non c’erano più e uomini che Elena aveva smesso di nominare. Abbastanza da sentirsi autorizzata e, nello stesso momento, infastidita da quella familiarità.
Trovò Sofia seduta sul pavimento del salotto.
Attorno a lei c’erano libri, una lampada e due scatole ancora aperte. I capelli neri le cadevano sul viso; ogni tanto li raccoglieva sulla nuca e subito li lasciava andare. Indossava jeans e una maglia larga. Il telefono era appoggiato accanto alla sua gamba come un animale domestico che potesse svegliarsi da un momento all’altro.
Elena era in piedi accanto alla finestra. Capelli ramati, orecchini verdi, cardigan color ruggine. La luce le prendeva il viso di lato e, per un istante, Anna pensò che fosse indecente quanto poco Elena somigliasse all’età scritta sui documenti.
Poi la vide appoggiare una mano al davanzale.
Solo un attimo.
Anna conosceva quel gesto. Elena si raddrizzò prima che Sofia potesse notarlo.
— Finalmente — disse.
— Non sapevo che mi aspettassi.
— Non ti aspettavo. Ma sei in ritardo lo stesso.
— Di quanti mariti fa è questa battuta?
Elena la fissò.
— Tre. Il quarto non aveva senso dell’umorismo.
Sofia alzò gli occhi e rise.
Anna si tolse il cappotto. Era questo che Elena faceva: prendeva una cosa vera e la vestiva da aneddoto finché nessuno sapeva più dove fosse la ferita.
Il telefono di Sofia si illuminò.
Lorenzo.
Sofia lo prese immediatamente. Sorrise. Poi cercò di non sorridere.
Anna riconobbe quel tentativo. A venticinque anni si crede che nascondere una felicità la renda meno vulnerabile.
— Sempre lui? — domandò.
Sofia annuì.
— Ci vediamo stasera.
Elena tornò dalla cucina con tre tazze.
— Il ragazzo dell’appartamento?
Sofia la guardò.
— Che appartamento?
— Quello che ti fa quella faccia.
Anna sorrise.
— Elena legge le persone peggio di quanto crede, ma meglio di quanto dovrebbe.
— Tu invece le leggi benissimo e poi chiudi il libro — disse Elena.
Anna prese la tazza che le porgeva.
— Il vantaggio dei libri è proprio poterli chiudere.
Elena la guardò un secondo di troppo.
Sofia, per fortuna, stava già parlando.
— Mi ha mandato la foto di una casa.
Anna sollevò gli occhi.
— Una casa?
— Un appartamento.
— Non è la stessa cosa?
Sofia rimase un momento in silenzio.
— Non lo so.
Anna guardò il telefono della ragazza.
Poi pensò al polso dell’uomo al bar, alla sua mano sulla propria.
Due desideri che non avrebbero potuto assomigliarsi meno.
Quello di Sofia correva avanti, metteva mobili nelle stanze vuote.
Il suo preferiva non lasciare nemmeno lo spazzolino.
— Tu cosa ne pensi? — domandò Sofia.
Anna toccò la tazza.
— Di cosa?
— Del fatto che una persona ti faccia immaginare cose.
Elena si sedette.
— È già nei guai.
Anna ignorò la battuta.
— Dipende dalle cose.
— Una casa.
Anna guardò Sofia. Gli occhi scuri, le sopracciglia mobili, la bocca ancora leggermente sorridente.
Venticinque anni.
A quell’età il desiderio voleva travestirsi da futuro.
A sessanta Anna preferiva riconoscerlo prima che cominciasse a fare progetti al posto suo.
— Io starei attenta — disse.
Elena sbuffò.
— Naturalmente.
Anna appoggiò la tazza.
— Cosa significa naturalmente?
— Che tu stai attenta anche quando non serve.
Anna sistemò il cucchiaino accanto alla tazza.
— E tu no.
— Infatti mi sono sposata quattro volte.
— Appunto.
Sofia rise.
Elena no.
Sofia la guardava.
— Ma tu sei mai stata davvero innamorata?
Anna sentì le dita stringersi intorno al manico della tazza.
La domanda era semplice.
La risposta no.
— Sì.
Elena abbassò gli occhi.
Anna lo vide.
— E com’è finita? — domandò Sofia.
Anna sistemò il cucchiaino.
Di nuovo.
— Male.
— Quanto male?
— Sofia — disse Elena.
— Che c’è?
— Non tutte le domande hanno diritto a una risposta.
Anna guardò Elena. Per una volta avrebbe potuto esserle grata. La cosa la irritò.
— Questa sì.
Si voltò verso la finestra.
— È finita perché lui voleva qualcosa che io non volevo.
— Cosa?
Anna si fermò.
Una casa.
La parola arrivò prima di tutte le altre.
Una tavola apparecchiata per due. Due spazzolini nello stesso bicchiere. Un armadio condiviso. Il rumore di qualcuno in bagno. La spesa del sabato. La certezza di trovare la stessa persona la sera.
Allora le era sembrato che ogni oggetto avesse una serratura.
Non ricordava più quando quella paura avesse cominciato a chiamarla libertà.
Si sfiorò l’anello che si era comprata da sola.
— Restare — disse.
Sofia la guardò senza parlare.
Elena prese la tazza. Poi un telefono squillo
Lo prese quasi con sollievo.
Poi vide il nome.
Marco.
Per un momento il salotto perse profondità. La luce, la voce d i anna , Sofia seduta a terra: tutto arretrò.
Marco.
Non lo vedeva da anni.
Troppi per avere ancora diritto a un effetto simile.
Il messaggio era breve.
Sono in città. Ti va un caffè?
Elena non mosse la mano.
Rilesse.
Una volta.
Poi un’altra.
Sentì Anna parlare con Sofia, ma non distinse le parole.
Il desiderio, pensò, non era affatto semplice.
Aveva soltanto una memoria migliore della sua.

CHIUSURA A — RISPONDERE

Elena scrisse:
Quando?
Rimase con il dito sospeso sullo schermo.
Poteva ancora cancellare.
Inviò.
Marco rispose quasi subito.
Domani. Stesso posto?
«Stesso posto.»
Due parole capaci di rimettere un tavolo, una strada, una versione di lei esattamente dove li aveva lasciati.
Elena sentì qualcosa stringerle lo stomaco.
Non paura.
Non ancora.
Anna la guardò.
— Chi è?
— Nessuno.
Anna sollevò appena un sopracciglio.
— Certo.
Quel «certo» apparteneva a una conversazione molto più vecchia di Sofia.



CHIUSURA B — NON RISPONDERE
Elena lesse ancora una volta il messaggio.
Sono in città. Ti va un caffè?
Spense lo schermo.
Lo rimise nella borsa.
Anna la guardò.
— Tutto bene?
— Benissimo.
— Hai quella faccia.
Elena sorrise.
— Quale?
— Quella di quando menti.
Anna si alzò.
Sistemò la tazza. Poi il cucchiaino. Poi il bordo della tovaglietta.
Tutto perfettamente in ordine.
— Vado.
— Naturalmente — disse Elena.
Elena cancellò il messaggio sul suo telefono che poi ripose con cura sulla scrivania e si dedicò a sistemare la tavola per la cena.
Per anni aveva creduto che non rispondere fosse una forma di libertà.
Quella sera le sembrò, per la prima volta, anche una risposta.


CAPITOLO 3

SCELTA

Elena detestava scegliere cosa buttare.

Le sembrava sempre una decisione sproporzionata rispetto all’oggetto.

Una fotografia.

Una sciarpa.

Una tazza sbeccata.

Un uomo.

A settantacinque anni aveva imparato che le cose più importanti della vita, quando erano finite, occupavano spesso pochissimo spazio.

Quella mattina il tavolo della cucina era coperto di fotografie.

Elena le aveva tirate fuori da una scatola con l’intenzione di fare ordine.

Tenere.

Buttare.

Due mucchi.

Semplice.

Almeno in teoria.

Davanti a lei, Sofia riempiva un trolley senza piegare niente.

Anna, seduta di lato, la osservava con quell’aria composta che a Elena aveva sempre dato un po’ sui nervi. Capelli biondo miele perfettamente al loro posto, camicia chiara, le mani lunghe ferme accanto alla tazza.

— Così arrivano tutti stropicciati — disse Anna.

— Tanto li metto lo stesso.

Elena sorrise.

Sofia aveva già il cappotto sulla sedia e la fretta addosso. I capelli neri le cadevano sul viso mentre spingeva una maglia dentro il trolley con il palmo della mano.

A venticinque anni si parte prima di aver finito di pensare.

Forse si sbatte la faccia contro un muro.

Ma almeno il muro lo si incontra andando avanti.

— Lorenzo parte domani mattina — disse Sofia. — Vado con lui.

Elena sollevò gli occhi dalla fotografia che aveva in mano.

Eccola.

Una scelta.

Detta così.

Senza cerimonie.

Come se bastasse chiudere una valigia.

— Dove?

— Londra

— Per quanto?

— Non lo so.

— E tu parti lo stesso?

Sofia si strinse nelle spalle.

— Sì.

Anna la guardò.

— Non ci hai pensato?

— Certo che ci ho pensato.

— Quanto?

— Abbastanza.

Elena trattenne un sorriso.

Sofia decideva come si entra in mare.

Un passo e poi il corpo intero.

Forse avrebbe sbattuto i denti.

Forse no.

Non sembrava interessarle molto.

Anna, invece, era tutta un’altra cosa.

Prese una fotografia dal tavolo.

— Questa la butti.

Elena guardò l’immagine.

Un uomo con una camicia aperta sul collo e un sorriso che allora le era sembrato irresistibile.

Adesso ricordava soprattutto quanto russava.

— Perché?

— Perché non ti piaceva nemmeno.

— Non significa che la fotografia sia brutta.

— Elena.

Anna lasciò cadere la foto nella pila del buttare.

Elena la riprese.

— Io non ho detto che ho deciso.

Anna sospirò.

— Tu non decidi mai una volta sola. Decidi, poi ridiscuti, poi torni indietro, poi ridiscuti ancora.

Elena sollevò gli occhi.

— E tu invece?

— Io scelgo e basta.

Era vero.

Ed era una delle cose che Elena le aveva sempre invidiato.

Anna poteva dire no e vivere dentro quel no per anni senza chiedersi cosa ci fosse dall’altra parte.

Non che non avesse pagato dei prezzi.

Li aveva pagati.

Solo che non li chiamava rimpianti.

— Mai pentita di niente? — domandò Elena.

Anna la guardò come se la domanda fosse quasi inutile.

— No.

— Mai?

— Mai abbastanza da voler tornare indietro.

Sofia si fermò con una maglia in mano.

— Io tornerei indietro solo per cambiare una cosa.

Elena la guardò.

— Aspetta di avere più materiale.

— Tu quante ne cambieresti?

La domanda rimase sul tavolo.

Elena abbassò gli occhi.

Tra le fotografie ce n’era una con il bordo dentellato.

Un pranzo di molti anni prima.

Un uomo che non guardava l’obiettivo.

Lei sì.

Avrebbe voluto rispondere: nessuna.

Era una bella risposta.

Pulita.

Coraggiosa.

Falsa.

— Alcune — disse.

Sofia si sedette.

Anna non commentò.

Elena passò il pollice sul bordo della fotografia.

Alcune scelte le avrebbe rifatte identiche.

prima ci sono però tutti i pro e i contro che continuano ad agitarti dentro il dramma della scelta una volta scelto tutto diviene logico tutto va immediatamente al suo posto sembra che sia stato così da sempre che la decisione non poteva che essere quella perché era comunque la migliore

Anche quelle che avevano fatto soffrire qualcuno.

Anche quelle che le erano costate una casa, un matrimonio, una reputazione.

Altre no.

Altre le tornavano incontro di notte.

Non come rimorso.

Peggio.

Come possibilità.

A volte avrebbe voluto vivere tante vite.

Una per ogni porta lasciata chiusa.

Una in cui era rimasta.

Una in cui era partita.

Una in cui aveva detto sì.

Una in cui aveva detto no.

Non perché pensasse che da qualche parte esistesse un’Elena più felice.

Voleva soltanto sapere chi sarebbe diventata.

Sofia tirò su la maniglia del trolley.

— Io vado.

Aveva già infilato il cappotto.

Elena la guardò.

Capelli neri, occhi accesi, il telefono in mano, quella fretta giovane che sembrava sempre correre un po’ più avanti del pensiero.

— Sei sicura?

Sofia sorrise.

— No.

E aprì la porta.

Elena la seguì con lo sguardo fino al corridoio.

— Almeno scrivi quando arrivi.

— Sì.

— Non esagerare.

La porta si chiuse.

La casa cambiò rumore.

Anna cominciò a raccogliere le fotografie sparse.

— Lasciale.

— Le hai tirate fuori tu.

— Appunto.

Anna si fermò.

— Quella ragazza ti piace.

— Molto.

— Si vede.

Elena prese un’altra fotografia.

— Mi fa paura.

— Perché?

— Perché va.

Anna sorrise appena.

— E tu non sei mai andata?

Elena la guardò.

— Io sono andata troppo.

Anna infilò le mani nelle tasche del cappotto.

Elena la conosceva abbastanza da capire quando una frase le arrivava addosso senza che volesse mostrarlo.

— Non è la stessa cosa — disse Anna.

— No.

Per qualche secondo rimasero in silenzio.

Dal cortile saliva il rumore di qualcuno che trascinava sedie. La luce del pomeriggio entrava obliqua dalla finestra e faceva brillare la polvere sopra il tavolo.

Elena guardò la cucina.

Quante volte aveva creduto di ricominciare.

Un marito nuovo.

Una stanza ridipinta.

Un divano sostituito.

Una fotografia tolta.

Un quaderno da appunti iniziato ancora una volta 

Un’altra messa al suo posto.

Eppure qualcosa restava sempre.

Le scelte non finivano quando le facevi.

Continuavano a vivere nelle conseguenze.

In un figlio che ti parla meno.

In una porta che non apri più.

In una festa a cui qualcuno non viene.

In un uomo che ricordi meglio di quanto meriterebbe.

— Sai qual è la differenza tra me e te? — disse Elena.

Anna alzò un sopracciglio.

— Ce ne sono troppe.

— Tu non torni mai indietro.

— A cosa servirebbe?

— A vedere.

— Cosa?

— Come sarebbe andata.

Anna prese il cappotto dalla sedia.

— Non puoi saperlo.

— Appunto.

— E allora?

Elena sorrise.

— È proprio questo che mi irrita.

Anna infilò un braccio nella manica.

— Io non ho bisogno di sapere chi sarei stata.

Elena la osservò.

Era una frase da Anna.

Netta.

Chiusa.

Come una porta senza vetri.

— Nemmeno con Marco?

Anna si fermò.

Solo un istante.

Poi infilò l’altro braccio.

— Nemmeno.

Elena non insistette.

Con Anna bisognava sapere quando fermarsi.

Era un’altra delle cose che aveva imparato tardi.

Anna prese la borsa.

— Non guardarmi così.

— Come?

— Come se stessi mentendo.

Elena sorrise.

— Non ho detto niente.

— Peggio.

Anna uscì.

Elena rimase sola.

La cucina sembrò improvvisamente più grande.

Raccolse le fotografie.

Una per una.

Tenere.

Buttare.

Tenere.

Tenere.

Buttare.

Arrivò a quella girata al contrario.

Si fermò.

La conosceva senza bisogno di voltarla.

Per anni aveva raccontato a se stessa che quella storia non era accaduta perché non poteva accadere.

Non era vero.

Non era accaduta perché lei aveva scelto.

Questo era più difficile da perdonarsi.

Prese la fotografia.

Attraversò il corridoio.

Una delle porte era chiusa.

Dietro c’era una stanza che Sofia non aveva ancora visto.

Elena appoggiò la mano sulla maniglia.

Le tornarono in mente quei film che aveva sempre trovato ridicoli.

Quelli in cui qualcuno poteva riavvolgere una scena.

Tornare al bivio.

Prendere l’altra strada.

Avrebbe voluto una cosa soltanto.

Non cancellare la sua vita.

Vederne un’altra.

Anche per cinque minuti.

Sapere chi sarebbe stata se, quel giorno, avesse aperto invece di chiudere.

La mano rimase sulla maniglia.

CHIUSURA A — APRIRE

Elena aprì la porta.

Nella stanza, sotto la finestra, c’era la vecchia valigia.

La aprì.

Sopra le lettere, una busta con il suo nome.

La presee fece per  aprirla.

Per anni aveva pensato che certe porte si chiudessero per sempre.

Forse aveva sbagliato.

CHIUSURA B — LASCIARE CHIUSA

Elena aprì la porta di pochi centimetri.

Vide la valigia.

La richiuse.

Rimase con la mano sulla maniglia.

Poi sorrise.

Anche non aprire una porta è una scelta.

Il problema era che, dall’altra parte, qualcosa continuava a bussare.


CAPITOLO 4

GELOSIA

Sofia aveva sempre immaginato Londra sotto la pioggia.

Invece quella sera il cielo era pulito e il Tamigi tratteneva le luci come un vetro scuro.

Dal tavolo vicino alla finestra del pub si intravedeva il ponte.

Non tutto.

Un pezzo soltanto, tagliato dal telaio della vetrata e dalle teste delle persone sedute fuori.

Sofia lo guardava ogni tanto, come per ricordarsi dove fosse.

Londra.

Davvero.

Di fronte a lei Lorenzo beveva una birra e raccontava dell’incontro del pomeriggio.

Parlava veloce quando era entusiasta.

Sofia lo conosceva abbastanza da capirlo dal modo in cui muoveva le mani.

— Secondo me è andata bene.

— “Bene” quanto?

— Abbastanza bene.

— Questa risposta l’ho già usata io.

Lorenzo sorrise.

— Per cosa?

— Per spiegare ad Anna quanto avevo pensato prima di partire.

— E quanto avevi pensato?

Sofia prese una patatina dal piatto.

— Abbastanza.

Rise.

Quella volta era vero.

Non aveva fatto una scelta definitiva.

Non aveva lasciato niente.

Non aveva promesso niente.

Lorenzo aveva un contatto di lavoro a Londra, lei qualche giorno libero e un trolley troppo piccolo.

Era partita.

Tutto qui.

Una vacanza.

O almeno Sofia continuava a chiamarla così.

Le piaceva quella città.

Le piaceva soprattutto essere lì con lui.

Camminare senza sapere bene dove andare.

Dividere un ombrello anche quando pioveva poco.

Dormire in una stanza d’albergo troppo calda.

Svegliarsi e per qualche secondo non ricordare dove fossero.

Le sembrava una prova generale di qualcosa.

Non avrebbe saputo dire di cosa.

— A cosa pensi?

Sofia alzò gli occhi.

— Al ponte.

Lorenzo si voltò verso la finestra.

— Romantica.

— Ogni tanto.

— Devo preoccuparmi?

— Molto.

Il telefono di Lorenzo si illuminò sul tavolo.

Sofia abbassò gli occhi senza volerlo.

Questa volta ne fu quasi sicura.

Sul display comparvero poche parole.

Non pensavo che l’avresti portata lì.

Sofia rimase immobile.

Il messaggio scomparve.

Lorenzo continuava a guardare il ponte.

Forse non se n’era accorto.

Sofia prese il bicchiere.

Bevve.

La birra non le era mai piaciuta davvero.

Quella sera ancora meno.

Il telefono si illuminò di nuovo.

Stesso numero.

Nessun nome.

Soprattutto dopo quello che mi avevi detto.

Lorenzo si voltò.

Vide lo schermo.

Per una frazione di secondo non fece niente.

Poi prese il telefono e lo girò.

Schermo contro il tavolo.

Quel gesto fu peggio del messaggio.

Sofia guardò la sua mano.

— Chi è?

Lorenzo sollevò gli occhi.

— Chi?

— Quello che ti scrive.

— Nessuno.

Sofia sorrise.

Un sorriso corto.

— “Nessuno” ti scrive parecchio.

Lorenzo non rispose subito.

Intorno a loro il pub continuava a fare rumore.

Bicchieri.

Risate.

Una partita su uno schermo alle loro spalle.

Qualcuno aprì la porta e per qualche secondo entrò aria fredda.

Sofia si accorse di avere le dita strette intorno al bicchiere.

Le allentò.

— È una cosa di lavoro.

— Il lavoro sa che sono qui?

Lorenzo la guardò.

— Sofia.

— Cosa?

— Non cominciare.

Non cominciare.

Quelle due parole entrarono dritte nello stomaco.

— Io non ho cominciato niente.

— Appunto.

— Cosa vuol dire “appunto”?

Lorenzo sospirò.

Sofia odiò quel sospiro.

Più del telefono girato.

Più del messaggio.

Perché sembrava il sospiro di chi deve affrontare un problema già previsto.

E il problema, improvvisamente, era lei.

Sofia spinse indietro la sedia.

— Vado in bagno.

— Sofia.

— Devo fare pipì. Posso ancora?

Lorenzo non rispose.

Lei prese il telefono e si allontanò.

Il corridoio verso i bagni era stretto e più scuro del resto del locale.

Alle pareti c’erano fotografie ingiallite di Londra.

In una, il ponte sembrava quasi uguale a quello fuori.

Solo senza tutte quelle luci.

Sofia entrò nel bagno delle donne.

Due lavandini.

Uno specchio macchiato.

Una ragazza con un vestito verde si stava rimettendo il rossetto.

Sofia aspettò.

La ragazza uscì.

Lei chiuse la porta.

Guardò il telefono.

Aprì il gruppo con Anna ed Elena.

Scrisse:

Siete sveglie?

Elena rispose quasi subito.

Ho settantacinque anni, non cento.

Poi Anna:

Che succede?

Sofia fissò lo schermo.

Iniziò a scrivere.

Cancellò.

Scrisse di nuovo.

Alla fine chiamò.

Elena rispose per prima.

— Sei a Londra e telefoni a noi. Deve essere grave.

Sofia si appoggiò al lavandino.

— Credo di essere gelosa.

Silenzio.

Poi la voce di Anna.

— “Credo” o “sei”?

— Anna.

— È una domanda.

— Sono.

Elena rise piano.

— Bene. Una diagnosi l’abbiamo.

— Non è divertente.

— Lo diventerà. Quasi tutto lo diventa dopo abbastanza tempo.

Sofia chiuse gli occhi.

— Gli ha scritto una donna.

Anna non disse niente.

Elena sì.

— Cosa ha scritto?

Sofia ripeté i messaggi.

Quasi parola per parola.

Dall’altra parte ci fu qualche secondo di silenzio.

— E lui? — domandò Anna.

— Ha girato il telefono.

— Ah.

Sofia aprì gli occhi.

— Non fare “ah”.

— Non ho fatto niente.

— Hai fatto esattamente “ah”.

Elena rise.

— Vedi? Ormai conosce anche te.

Sofia guardò il proprio riflesso.

Aveva il viso più acceso del solito.

— Che devo fare?

Anna rispose subito.

— Chiedere.

Elena disse:

— Aspettare.

Sofia quasi rise.

— Perfetto. Grazie.

— Hai chiesto a due persone — disse Anna. — Non a un oracolo.

— Perché aspettare? — domandò Sofia.

— Perché quando sei gelosa non vuoi sapere la verità. Vuoi sapere la verità che hai già deciso.

Sofia rimase zitta.

Non le piacque.

Forse proprio per questo la ascoltò.

Anna intervenne.

— E aspettando cosa ottiene?

— Il tempo di capire se sta facendo una domanda o un interrogatorio.

— Se c’è qualcosa da chiedere, si chiede.

— Tu hai sempre avuto questa mania della precisione.

— E tu quella del melodramma.

Sofia si passò una mano tra i capelli.

Era incredibile come riuscissero a litigare anche dentro il suo problema.

— Vi prego.

Le due tacquero.

Sofia respirò.

— Voi siete mai state gelose davvero?

Elena rispose per prima.

— Certo.

— Tanto?

— Abbastanza da fare cose ridicole.

— Tipo?

— Una volta ho seguito mio marito.

Sofia si raddrizzò.

— Cosa?

— A piedi. Con un foulard in testa.

— Stai scherzando.

— No.

— E dove andava?

Elena fece una pausa.

— Dal dentista.

Sofia scoppiò a ridere.

La tensione le uscì dal petto tutta insieme.

— Sei terribile.

— Io ero convinta avesse un’amante.

— E invece aveva una carie.

— Due.

Anna sospirò.

— Non incoraggiarla.

Sofia si asciugò sotto un occhio.

— E tu?

— Io cosa?

— Sei mai stata gelosa?

— Sì.

La risposta arrivò così secca che Sofia smise di sorridere.

— Pensavo avresti detto di no.

— Perché?

— Perché tu sembri una che non…

Sofia cercò la parola.

— Non perde il controllo?

— Sì.

Anna rimase in silenzio per un momento.

— La gelosia non è perdere il controllo.

Elena intervenne.

— A volte sì.

— Per te quasi sempre.

— Per questo ho più storie da raccontare.

Anna la ignorò.

— Per me era la paura che qualcuno potesse diventare indispensabile a una persona che io amavo.

Sofia si guardò allo specchio.

Quella frase arrivò più piano delle altre.

E rimase.

— Non che mi tradisse — continuò Anna. — Che avesse bisogno di un’altra più di quanto avesse bisogno di me.

Elena non disse niente.

Sofia sentì subito che fra loro era passato qualcosa.

Una storia.

Un nome.

Forse più di uno.

Non chiese.

— E tu, Elena?

— Io ero gelosa di tutto.

— Tutto cosa?

— Delle donne, naturalmente. Ma anche del lavoro. Degli amici. Dei figli quando erano piccoli. Delle ex mogli. Perfino dei ricordi.

— Dei ricordi?

— Quelli sono i peggiori.

Sofia si appoggiò con entrambe le mani al lavandino.

— Perché?

— Perché non puoi competere con qualcosa che non esiste più.

Anna disse piano:

— Questo è vero.

Elena continuò.

— A una certa età capisci che non sei gelosa soltanto delle persone. Sei gelosa del tempo che non hai avuto con qualcuno.

Sofia guardò la porta chiusa del bagno.

Lorenzo era a pochi metri da lei.

Eppure in quel momento le sembrò improvvisamente lontano.

Non per quella donna.

Per tutto ciò che di lui esisteva prima di lei.

Le città.

Le storie.

Le persone.

Le frasi dette quando Sofia non c’era.

— Quindi che faccio?

Anna disse:

— Torni al tavolo.

Elena aggiunse:

— Guardalo.

— E poi?

— Se vuoi sapere, chiedi.

— E se la risposta non mi piace?

Per qualche secondo non parlò nessuna.

Poi Elena disse:

— Quella è un’altra parola.

Sofia sorrise.

— Quale?

— La scopriremo più avanti.

Anna rise.

— Per una volta ha ragione.

Sofia rimase ancora qualche secondo davanti allo specchio.

— Grazie.

— Non ringraziarci — disse Elena. — Probabilmente ti abbiamo confusa di più.

— Molto.

— Allora abbiamo fatto bene.

Sofia chiuse la chiamata.

Restò a guardarsi.

Pensò alle due donne.

Anna aveva paura di non essere più necessaria.

Elena era stata gelosa perfino dei ricordi.

E lei?

Di cosa era gelosa davvero?

Della donna che aveva scritto?

O del fatto che esistesse una parte della vita di Lorenzo nella quale lei non poteva entrare?

CHIUSURA A — CHIEDERE

Sofia tornò dal bagno.

Lorenzo era ancora al tavolo. Aveva spostato il telefono accanto al bicchiere, con lo schermo rivolto verso il basso.

Un gesto da niente.

Prima di quella sera Sofia non lo avrebbe nemmeno notato.

Si sedette.

«Tutto bene?»

«Sì.»

Lorenzo le sorrise e cercò la sua mano.

Sofia gliela lasciò prendere.

Per qualche secondo guardò le loro dita intrecciate sul tavolo. Le piacevano insieme. La sua mano piccola dentro quella di lui. Era una di quelle immagini che avrebbe potuto fotografare e mandare ad Anna ed Elena con una frase stupida sotto.

Londra.

Noi.

Felice.

Alzò gli occhi.

«Chi ti ha scritto prima?»

La mano di Lorenzo si fermò.

Non la ritirò. Ma si fermò.

«Quando?»

Sofia sentì qualcosa stringerle lo stomaco.

Non era la risposta.

Era quel quando.

«Quando hai girato il telefono.»

Lorenzo lasciò la sua mano e prese il bicchiere.

«Sofia, davvero?»

Eccola.

La possibilità di tornare indietro.

Poteva ridere. Dire che scherzava. Ordinare un altro bicchiere. Uscire da quel pub tenendolo sottobraccio e attraversare Londra come la ragazza che era arrivata due giorni prima.

Quella che si fidava.

O forse quella che non faceva domande.

Pensò ad Anna.

La gelosia diventa pericolosa quando cominci a fare il lavoro dell’altro. Domande e risposte, tutto da sola.

Poi a Elena.

Se vuoi sapere una cosa, chiedila. Ma preparati: le risposte hanno il brutto vizio di arrivare.

Sofia prese il proprio bicchiere.

«Sì. Davvero.»

Lorenzo la guardò.

Lei non abbassò gli occhi.

Per la prima volta da quando erano arrivati a Londra, non le importava sapere se quella domanda avrebbe rovinato la serata.

Voleva sapere se avrebbe cambiato qualcosa tra loro.

E soprattutto che cosa.

CHIUSURA B — NON CHIEDERE

Sofia tornò dal bagno.

Lorenzo stava guardando fuori dalla finestra. Dietro di lui, oltre i vetri appannati, il ponte era una fila di luci sospese sull’acqua.

Il telefono era sul tavolo.

Schermo rivolto verso il basso.

«Tutto bene?» le chiese.

Sofia si sedette.

«Benissimo.»

La parola uscì troppo in fretta.

Lorenzo le sorrise e le prese la mano.

Lei guardò il telefono.

Sarebbe bastato chiedere.

Una frase.

Chi era?

Tre sillabe, e quella serata avrebbe preso una direzione.

Ma Sofia non voleva diventare la ragazza che controllava un telefono.

Non voleva neppure diventare quella che faceva finta di non aver visto.

Il problema era che non sapeva ancora quale delle due le somigliasse di meno.

«Usciamo?» disse.

«Adesso?»

«Ho voglia di vedere il ponte.»

Lorenzo pagò.

Fuori faceva più freddo di quanto Sofia immaginasse. Si chiuse il cappotto fino al collo e cominciarono a camminare.

Lorenzo le mise un braccio sulle spalle.

Lei gli si strinse contro.

Avrebbe potuto chiederglielo in quel momento.

Oppure davanti all’albergo.

Oppure una volta in camera.

Oppure mai.

Il telefono di Lorenzo vibrò nella tasca del cappotto.

Sofia lo sentì contro il proprio fianco.

Lui continuò a camminare.

Lei anche.

Per qualche metro.

Poi rallentò.

Aveva creduto che non fare una domanda significasse fidarsi.

Adesso non ne era più tanto sicura.

Forse significava soltanto rimandare il momento in cui avrebbe dovuto scegliere se fidarsi di lui o della propria inquietudine.


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