CAPITOLO 3
SCELTA
Elena detestava scegliere cosa buttare.
Le sembrava sempre una decisione sproporzionata rispetto all’oggetto.
Una fotografia.
Una sciarpa.
Una tazza sbeccata.
Un uomo.
A settantacinque anni aveva imparato che le cose più importanti della vita, quando erano finite, occupavano spesso pochissimo spazio.
Quella mattina il tavolo della cucina era coperto di fotografie.
Elena le aveva tirate fuori da una scatola con l’intenzione di fare ordine.
Tenere.
Buttare.
Due mucchi.
Semplice.
Almeno in teoria.
Davanti a lei, Sofia riempiva un trolley senza piegare niente.
Anna, seduta di lato, la osservava con quell’aria composta che a Elena aveva sempre dato un po’ sui nervi. Capelli biondo miele perfettamente al loro posto, camicia chiara, le mani lunghe ferme accanto alla tazza.
— Così arrivano tutti stropicciati — disse Anna.
— Tanto li metto lo stesso.
Elena sorrise.
Sofia aveva già il cappotto sulla sedia e la fretta addosso. I capelli neri le cadevano sul viso mentre spingeva una maglia dentro il trolley con il palmo della mano.
A venticinque anni si parte prima di aver finito di pensare.
Forse si sbatte la faccia contro un muro.
Ma almeno il muro lo si incontra andando avanti.
— Lorenzo parte domani mattina — disse Sofia. — Vado con lui.
Elena sollevò gli occhi dalla fotografia che aveva in mano.
Eccola.
Una scelta.
Detta così.
Senza cerimonie.
Come se bastasse chiudere una valigia.
— Dove?
— Londra
— Per quanto?
— Non lo so.
— E tu parti lo stesso?
Sofia si strinse nelle spalle.
— Sì.
Anna la guardò.
— Non ci hai pensato?
— Certo che ci ho pensato.
— Quanto?
— Abbastanza.
Elena trattenne un sorriso.
Sofia decideva come si entra in mare.
Un passo e poi il corpo intero.
Forse avrebbe sbattuto i denti.
Forse no.
Non sembrava interessarle molto.
Anna, invece, era tutta un’altra cosa.
Prese una fotografia dal tavolo.
— Questa la butti.
Elena guardò l’immagine.
Un uomo con una camicia aperta sul collo e un sorriso che allora le era sembrato irresistibile.
Adesso ricordava soprattutto quanto russava.
— Perché?
— Perché non ti piaceva nemmeno.
— Non significa che la fotografia sia brutta.
— Elena.
Anna lasciò cadere la foto nella pila del buttare.
Elena la riprese.
— Io non ho detto che ho deciso.
Anna sospirò.
— Tu non decidi mai una volta sola. Decidi, poi ridiscuti, poi torni indietro, poi ridiscuti ancora.
Elena sollevò gli occhi.
— E tu invece?
— Io scelgo e basta.
Era vero.
Ed era una delle cose che Elena le aveva sempre invidiato.
Anna poteva dire no e vivere dentro quel no per anni senza chiedersi cosa ci fosse dall’altra parte.
Non che non avesse pagato dei prezzi.
Li aveva pagati.
Solo che non li chiamava rimpianti.
— Mai pentita di niente? — domandò Elena.
Anna la guardò come se la domanda fosse quasi inutile.
— No.
— Mai?
— Mai abbastanza da voler tornare indietro.
Sofia si fermò con una maglia in mano.
— Io tornerei indietro solo per cambiare una cosa.
Elena la guardò.
— Aspetta di avere più materiale.
— Tu quante ne cambieresti?
La domanda rimase sul tavolo.
Elena abbassò gli occhi.
Tra le fotografie ce n’era una con il bordo dentellato.
Un pranzo di molti anni prima.
Un uomo che non guardava l’obiettivo.
Lei sì.
Avrebbe voluto rispondere: nessuna.
Era una bella risposta.
Pulita.
Coraggiosa.
Falsa.
— Alcune — disse.
Sofia si sedette.
Anna non commentò.
Elena passò il pollice sul bordo della fotografia.
Alcune scelte le avrebbe rifatte identiche.
prima ci sono però tutti i pro e i contro che continuano ad agitarti dentro il dramma della scelta una volta scelto tutto diviene logico tutto va immediatamente al suo posto sembra che sia stato così da sempre che la decisione non poteva che essere quella perché era comunque la migliore
Anche quelle che avevano fatto soffrire qualcuno.
Anche quelle che le erano costate una casa, un matrimonio, una reputazione.
Altre no.
Altre le tornavano incontro di notte.
Non come rimorso.
Peggio.
Come possibilità.
A volte avrebbe voluto vivere tante vite.
Una per ogni porta lasciata chiusa.
Una in cui era rimasta.
Una in cui era partita.
Una in cui aveva detto sì.
Una in cui aveva detto no.
Non perché pensasse che da qualche parte esistesse un’Elena più felice.
Voleva soltanto sapere chi sarebbe diventata.
Sofia tirò su la maniglia del trolley.
— Io vado.
Aveva già infilato il cappotto.
Elena la guardò.
Capelli neri, occhi accesi, il telefono in mano, quella fretta giovane che sembrava sempre correre un po’ più avanti del pensiero.
— Sei sicura?
Sofia sorrise.
— No.
E aprì la porta.
Elena la seguì con lo sguardo fino al corridoio.
— Almeno scrivi quando arrivi.
— Sì.
— Non esagerare.
La porta si chiuse.
La casa cambiò rumore.
Anna cominciò a raccogliere le fotografie sparse.
— Lasciale.
— Le hai tirate fuori tu.
— Appunto.
Anna si fermò.
— Quella ragazza ti piace.
— Molto.
— Si vede.
Elena prese un’altra fotografia.
— Mi fa paura.
— Perché?
— Perché va.
Anna sorrise appena.
— E tu non sei mai andata?
Elena la guardò.
— Io sono andata troppo.
Anna infilò le mani nelle tasche del cappotto.
Elena la conosceva abbastanza da capire quando una frase le arrivava addosso senza che volesse mostrarlo.
— Non è la stessa cosa — disse Anna.
— No.
Per qualche secondo rimasero in silenzio.
Dal cortile saliva il rumore di qualcuno che trascinava sedie. La luce del pomeriggio entrava obliqua dalla finestra e faceva brillare la polvere sopra il tavolo.
Elena guardò la cucina.
Quante volte aveva creduto di ricominciare.
Un marito nuovo.
Una stanza ridipinta.
Un divano sostituito.
Una fotografia tolta.
Un quaderno da appunti iniziato ancora una volta
Un’altra messa al suo posto.
Eppure qualcosa restava sempre.
Le scelte non finivano quando le facevi.
Continuavano a vivere nelle conseguenze.
In un figlio che ti parla meno.
In una porta che non apri più.
In una festa a cui qualcuno non viene.
In un uomo che ricordi meglio di quanto meriterebbe.
— Sai qual è la differenza tra me e te? — disse Elena.
Anna alzò un sopracciglio.
— Ce ne sono troppe.
— Tu non torni mai indietro.
— A cosa servirebbe?
— A vedere.
— Cosa?
— Come sarebbe andata.
Anna prese il cappotto dalla sedia.
— Non puoi saperlo.
— Appunto.
— E allora?
Elena sorrise.
— È proprio questo che mi irrita.
Anna infilò un braccio nella manica.
— Io non ho bisogno di sapere chi sarei stata.
Elena la osservò.
Era una frase da Anna.
Netta.
Chiusa.
Come una porta senza vetri.
— Nemmeno con Marco?
Anna si fermò.
Solo un istante.
Poi infilò l’altro braccio.
— Nemmeno.
Elena non insistette.
Con Anna bisognava sapere quando fermarsi.
Era un’altra delle cose che aveva imparato tardi.
Anna prese la borsa.
— Non guardarmi così.
— Come?
— Come se stessi mentendo.
Elena sorrise.
— Non ho detto niente.
— Peggio.
Anna uscì.
Elena rimase sola.
La cucina sembrò improvvisamente più grande.
Raccolse le fotografie.
Una per una.
Tenere.
Buttare.
Tenere.
Tenere.
Buttare.
Arrivò a quella girata al contrario.
Si fermò.
La conosceva senza bisogno di voltarla.
Per anni aveva raccontato a se stessa che quella storia non era accaduta perché non poteva accadere.
Non era vero.
Non era accaduta perché lei aveva scelto.
Questo era più difficile da perdonarsi.
Prese la fotografia.
Attraversò il corridoio.
Una delle porte era chiusa.
Dietro c’era una stanza che Sofia non aveva ancora visto.
Elena appoggiò la mano sulla maniglia.
Le tornarono in mente quei film che aveva sempre trovato ridicoli.
Quelli in cui qualcuno poteva riavvolgere una scena.
Tornare al bivio.
Prendere l’altra strada.
Avrebbe voluto una cosa soltanto.
Non cancellare la sua vita.
Vederne un’altra.
Anche per cinque minuti.
Sapere chi sarebbe stata se, quel giorno, avesse aperto invece di chiudere.
La mano rimase sulla maniglia.
CHIUSURA A — APRIRE
Elena aprì la porta.
Nella stanza, sotto la finestra, c’era la vecchia valigia.
La aprì.
Sopra le lettere, una busta con il suo nome.
La presee fece per aprirla.
Per anni aveva pensato che certe porte si chiudessero per sempre.
Forse aveva sbagliato.
CHIUSURA B — LASCIARE CHIUSA
Elena aprì la porta di pochi centimetri.
Vide la valigia.
La richiuse.
Rimase con la mano sulla maniglia.
Poi sorrise.
Anche non aprire una porta è una scelta.
Il problema era che, dall’altra parte, qualcosa continuava a bussare.
