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CAPITOLO 2

DESIDERIO

Anna arrivò al bar con dieci minuti di anticipo.
Le succedeva sempre quando non voleva arrivare troppo presto.
Scelse un tavolino vicino alla vetrata. Fuori il cielo era chiaro, lavato dalla pioggia della notte. I tavolini sul marciapiede erano ancora bagnati e il selciato rifletteva le facciate color ocra dei palazzi.
Si tolse il cappotto grigio e lo sistemò sulla sedia accanto. Controllò il proprio riflesso nel vetro.
Capelli biondo miele, caschetto da parrucchiere. Rossetto chiaro. Camicia color avorio sotto la giacca. L’anello con la pietra scura alla mano destra.
Sessant’anni.
Li portava bene.
Non aveva mai capito perché quella frase dovesse sembrare un complimento. Come se gli anni fossero un peso e a una donna spettasse il merito di non lasciarseli vedere.
Li portava e basta.
Il cameriere posò il caffè davanti a lei.
Anna spostò leggermente il piattino. Poi il cucchiaino. Lo mise parallelo al bordo del tavolo.
Solo allora guardò l’orologio.
L’uomo arrivò cinque minuti dopo.
Aveva quarantacinque anni, forse qualcosa di più. Capelli scuri, barba corta, una giacca blu che sembrava costosa senza volerlo dimostrare. Quando la vide sorrise e venne dritto verso di lei.
Non esitò.
Le piaceva questo.
Gli uomini più giovani avevano ancora la sfrontatezza di guardarla prima di chiedersi quanti anni avesse.
— Sei già qui.
— Tu sei in ritardo.
— Cinque minuti.
— È così che cominciano le cattive abitudini.
Lui rise.
Anna lo guardò mentre si sedeva. Non era innamorata. Non aveva nessuna intenzione di diventarlo. Ma desiderava essere guardata da lui.
Era diverso.
O almeno era quello che continuava a dirsi.
— Ti sei fatta bella per me? — domandò.
Anna sollevò un sopracciglio.
— Non avere questa ambizione.
Lui sorrise ancora.
Sul vetro, dietro la sua spalla, Anna vide il proprio riflesso. Per un momento provò a vedersi con gli occhi di lui.
Una donna bella.
Non «ancora» bella. Bella.
Corresse mentalmente la frase con una certa irritazione.
Lui allungò una mano verso la zuccheriera e il polso uscì dalla manica della giacca. Anna lo guardò. Non il viso. Il polso.
Le venne da sorridere.
— Cosa c’è?
— Niente.
— Stavi pensando qualcosa.
— È una mia cattiva abitudine.
— E io?
— Tu cosa?
— Sono un pensiero?
Anna prese la tazzina.
— Per ora sei un caffè.
Non gli disse che era già qualcosa di più preciso: la prova che il suo corpo non aveva chiuso bottega solo perché il calendario insisteva.
Quando si salutarono, lui le sfiorò la mano. Non abbastanza da poter essere chiamato gesto. Abbastanza perché Anna lo sentisse anche dopo.
Camminò fino a casa di Elena senza fretta.
L’aria era diventata più fredda. Passò davanti a una profumeria e rallentò. Dietro il vetro, una ragazza provava un rossetto scuro e si avvicinava allo specchio con quella serietà che si ha quando il proprio viso sembra ancora una domanda.
Anna guardò invece la propria bocca riflessa nella vetrina.
Pensò alla mano dell’uomo.
Per anni aveva creduto che il desiderio fosse la parte semplice. Non chiedeva programmi. Non voleva sapere dove sarebbero stati a Natale. Non pretendeva un cassetto, uno spazzolino, il nome sul citofono. Arrivava, occupava il corpo, poi se ne andava.
Le era sempre piaciuta quella mancanza di conseguenze.
Il pensiero la fece sorridere.
Le conseguenze, naturalmente, erano il genere di cosa che si riconosceva meglio dopo.
Quando arrivò da Elena, aprì quasi senza aspettare che qualcuno venisse alla porta. Se ne accorse solo quando aveva già una mano sulla maniglia.
Quante volte era entrata lì?
Abbastanza da sapere quale asse del parquet scricchiolava. Abbastanza da ricordare mobili che non c’erano più e uomini che Elena aveva smesso di nominare. Abbastanza da sentirsi autorizzata e, nello stesso momento, infastidita da quella familiarità.
Trovò Sofia seduta sul pavimento del salotto.
Attorno a lei c’erano libri, una lampada e due scatole ancora aperte. I capelli neri le cadevano sul viso; ogni tanto li raccoglieva sulla nuca e subito li lasciava andare. Indossava jeans e una maglia larga. Il telefono era appoggiato accanto alla sua gamba come un animale domestico che potesse svegliarsi da un momento all’altro.
Elena era in piedi accanto alla finestra. Capelli ramati, orecchini verdi, cardigan color ruggine. La luce le prendeva il viso di lato e, per un istante, Anna pensò che fosse indecente quanto poco Elena somigliasse all’età scritta sui documenti.
Poi la vide appoggiare una mano al davanzale.
Solo un attimo.
Anna conosceva quel gesto. Elena si raddrizzò prima che Sofia potesse notarlo.
— Finalmente — disse.
— Non sapevo che mi aspettassi.
— Non ti aspettavo. Ma sei in ritardo lo stesso.
— Di quanti mariti fa è questa battuta?
Elena la fissò.
— Tre. Il quarto non aveva senso dell’umorismo.
Sofia alzò gli occhi e rise.
Anna si tolse il cappotto. Era questo che Elena faceva: prendeva una cosa vera e la vestiva da aneddoto finché nessuno sapeva più dove fosse la ferita.
Il telefono di Sofia si illuminò.
Lorenzo.
Sofia lo prese immediatamente. Sorrise. Poi cercò di non sorridere.
Anna riconobbe quel tentativo. A venticinque anni si crede che nascondere una felicità la renda meno vulnerabile.
— Sempre lui? — domandò.
Sofia annuì.
— Ci vediamo stasera.
Elena tornò dalla cucina con tre tazze.
— Il ragazzo dell’appartamento?
Sofia la guardò.
— Che appartamento?
— Quello che ti fa quella faccia.
Anna sorrise.
— Elena legge le persone peggio di quanto crede, ma meglio di quanto dovrebbe.
— Tu invece le leggi benissimo e poi chiudi il libro — disse Elena.
Anna prese la tazza che le porgeva.
— Il vantaggio dei libri è proprio poterli chiudere.
Elena la guardò un secondo di troppo.
Sofia, per fortuna, stava già parlando.
— Mi ha mandato la foto di una casa.
Anna sollevò gli occhi.
— Una casa?
— Un appartamento.
— Non è la stessa cosa?
Sofia rimase un momento in silenzio.
— Non lo so.
Anna guardò il telefono della ragazza.
Poi pensò al polso dell’uomo al bar, alla sua mano sulla propria.
Due desideri che non avrebbero potuto assomigliarsi meno.
Quello di Sofia correva avanti, metteva mobili nelle stanze vuote.
Il suo preferiva non lasciare nemmeno lo spazzolino.
— Tu cosa ne pensi? — domandò Sofia.
Anna toccò la tazza.
— Di cosa?
— Del fatto che una persona ti faccia immaginare cose.
Elena si sedette.
— È già nei guai.
Anna ignorò la battuta.
— Dipende dalle cose.
— Una casa.
Anna guardò Sofia. Gli occhi scuri, le sopracciglia mobili, la bocca ancora leggermente sorridente.
Venticinque anni.
A quell’età il desiderio voleva travestirsi da futuro.
A sessanta Anna preferiva riconoscerlo prima che cominciasse a fare progetti al posto suo.
— Io starei attenta — disse.
Elena sbuffò.
— Naturalmente.
Anna appoggiò la tazza.
— Cosa significa naturalmente?
— Che tu stai attenta anche quando non serve.
Anna sistemò il cucchiaino accanto alla tazza.
— E tu no.
— Infatti mi sono sposata quattro volte.
— Appunto.
Sofia rise.
Elena no.
Sofia la guardava.
— Ma tu sei mai stata davvero innamorata?
Anna sentì le dita stringersi intorno al manico della tazza.
La domanda era semplice.
La risposta no.
— Sì.
Elena abbassò gli occhi.
Anna lo vide.
— E com’è finita? — domandò Sofia.
Anna sistemò il cucchiaino.
Di nuovo.
— Male.
— Quanto male?
— Sofia — disse Elena.
— Che c’è?
— Non tutte le domande hanno diritto a una risposta.
Anna guardò Elena. Per una volta avrebbe potuto esserle grata. La cosa la irritò.
— Questa sì.
Si voltò verso la finestra.
— È finita perché lui voleva qualcosa che io non volevo.
— Cosa?
Anna si fermò.
Una casa.
La parola arrivò prima di tutte le altre.
Una tavola apparecchiata per due. Due spazzolini nello stesso bicchiere. Un armadio condiviso. Il rumore di qualcuno in bagno. La spesa del sabato. La certezza di trovare la stessa persona la sera.
Allora le era sembrato che ogni oggetto avesse una serratura.
Non ricordava più quando quella paura avesse cominciato a chiamarla libertà.
Si sfiorò l’anello che si era comprata da sola.
— Restare — disse.
Sofia la guardò senza parlare.
Elena prese la tazza. Poi un telefono squillo
Lo prese quasi con sollievo.
Poi vide il nome.
Marco.
Per un momento il salotto perse profondità. La luce, la voce d i anna , Sofia seduta a terra: tutto arretrò.
Marco.
Non lo vedeva da anni.
Troppi per avere ancora diritto a un effetto simile.
Il messaggio era breve.
Sono in città. Ti va un caffè?
Elena non mosse la mano.
Rilesse.
Una volta.
Poi un’altra.
Sentì Anna parlare con Sofia, ma non distinse le parole.
Il desiderio, pensò, non era affatto semplice.
Aveva soltanto una memoria migliore della sua.

CHIUSURA A — RISPONDERE

Elena scrisse:
Quando?
Rimase con il dito sospeso sullo schermo.
Poteva ancora cancellare.
Inviò.
Marco rispose quasi subito.
Domani. Stesso posto?
«Stesso posto.»
Due parole capaci di rimettere un tavolo, una strada, una versione di lei esattamente dove li aveva lasciati.
Elena sentì qualcosa stringerle lo stomaco.
Non paura.
Non ancora.
Anna la guardò.
— Chi è?
— Nessuno.
Anna sollevò appena un sopracciglio.
— Certo.
Quel «certo» apparteneva a una conversazione molto più vecchia di Sofia.



CHIUSURA B — NON RISPONDERE
Elena lesse ancora una volta il messaggio.
Sono in città. Ti va un caffè?
Spense lo schermo.
Lo rimise nella borsa.
Anna la guardò.
— Tutto bene?
— Benissimo.
— Hai quella faccia.
Elena sorrise.
— Quale?
— Quella di quando menti.
Anna si alzò.
Sistemò la tazza. Poi il cucchiaino. Poi il bordo della tovaglietta.
Tutto perfettamente in ordine.
— Vado.
— Naturalmente — disse Elena.
Elena cancellò il messaggio sul suo telefono che poi ripose con cura sulla scrivania e si dedicò a sistemare la tavola per la cena.
Per anni aveva creduto che non rispondere fosse una forma di libertà.
Quella sera le sembrò, per la prima volta, anche una risposta.


Alessandra Oddi Baglioni è una scrittrice italiana di romanzi storici e romance. Nei suoi libri intreccia storia, arte, universo femminile e relazioni umane. È autrice di «Le nozze rosse», «Astorre II Baglioni, il Grifone e la Mezzaluna», «La dama e il compasso» e «Controluce. Alberto Burri, una vita da artista». Ha scritto romance anche con lo pseudonimo MarieTherese Taylor. Alla scrittura affianca una lunga esperienza manageriale nella comunicazione e nelle relazioni esterne, maturata in Italia, a Bruxelles e a New York, e l’impegno in iniziative culturali e formative per l’occupazione femminile.

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